Un infortunio, uno stop, una fase di transizione o un momento difficile possono cambiare il rapporto di un atleta con sé stesso e con il proprio sport.
Quando la performance si interrompe
Ho passato molti anni dentro lo sport.
Prima da figlia di allenatori, poi da atleta, poi raccontandolo.
Ho vissuto palazzetti, campi, spogliatoi, interviste, trasferte, vittorie e sconfitte. Ho incontrato atleti in momenti molto diversi della loro carriera e ho imparato a conoscere, da prospettive differenti, il mondo della performance sportiva.
C’è una cosa che, dopo molto tempo, continua ancora a colpirmi.
Quando il mondo osserva un atleta, vede quasi sempre il risultato.
La prestazione.
Il fisico.
La convocazione.
La partita.
Il recupero.
Il prossimo obiettivo.Cosa succede però quando la performance va in pausa?
Un infortunio ferma il corpo.
Disorienta la propria routine.
E mette in discussione certezze costruite in anni di carriera e sacrifici.
“Dopo mesi di riabilitazione dall’infortunio al crociato mi sentivo intrappolata in fondo ad un pozzo. Nessuna prospettiva, nessun orizzonte. Tutto buio. Si era spenta la gioia che mi dava il calcio da oltre vent’anni”.
Aurora Galli – Everton FC Women’s
Nei difficili mesi di riabilitazione possono comparire frustrazione, paura, noia, senso di perdita del controllo.
E anche una domanda più profonda:
Chi sono io quando non posso fare quello per cui mi sono sempre riconosciuto?
È da questa domanda che nasce il mio lavoro con gli atleti.
L’atleta non è soltanto la sua performance
Lo sport di alto livello insegna a misurarsi continuamente con obiettivi, tempi, risultati e prestazioni.
È parte del gioco.
Ma un atleta è – come tutti noi – anche una persona che vive relazioni, cambiamenti, aspettative, paure, desideri e momenti di incertezza.
Per questo credo fortemente che prendersi cura della persona possa diventare parte integrante della cura della performance.
Non significa togliere importanza al risultato.
Significa ampliare lo sguardo, anzi meglio: guardare la situazione da un po’ più in alto, restituendo prospettiva al momento che veniamo chiamati ad attraversare.
Che cos’è il coaching per atleti?
Il coaching per atleti è, per me, uno spazio di confronto individuale orientato alla consapevolezza e alla definizione di nuovi passi concreti.
In origine il termine coach deriva proprio da una carrozza, un mezzo di trasporto nato per portare le persone da un luogo all’altro.
Quando pensiamo alla parola coach spesso ci viene in mente un allenatore sportivo, qualcuno che fischia, corregge, esige. Se torniamo all’origine invece il coach è proprio un mezzo di trasporto. Questo è il mio modo di fare coaching. Io ti accompagno da dove ti trovi oggi (punto A) a dove desideri arrivare (punto B): il viaggio lo fai tu, ma puoi scegliere di salire a bordo del mio autobus.
Cosa trovi per rendere il percorso più confortevole e rigenerante?
– Tecniche di respirazione e mindfulness
– Journaling
– Pratiche di Yoga
– Psicologia positiva
– Comunicazione efficace
– Ikigai
Tu scegli la destinazione, io ti offro il mezzo e diversi strumenti per arrivarci: non devi usarli tutti. Troviamo quello giusto per te e facciamo un passo per volta.
Quello che trovi qui non è preparazione atletica.
Non è psicoterapia.
Non sostituisce il lavoro dello psicologo dello sport, del medico, del fisioterapista o delle altre figure professionali che accompagnano l’atleta.
Qui trovi uno spazio in cui mettere a fuoco ciò che stai vivendo, riconoscere le risorse che hai e quelle su cui hai bisogno di allenamento, ricordarti perché hai scelto di fare l’atleta e che, anche in questo momento sei protagonista. E puoi permetterti di sentirti esattamente come ti senti. Ma puoi anche decidere che è arrivato il momento di affrontare le cose in modo diverso. Per te e per chi ti sta accanto. Perché puoi essere una persona che ispira con il suo atteggiamento. Con la sua forza e la sua tenacia.
Sarò brutale.
In questo momento sei al centro di un universo in cui probabilmente non vedi luce e speranza.
Ti vedo. Ci sono passata e fa parecchio male stare in un posto dove non ti riconosci.
Mi piacerebbe che leggendo queste poche righe oggi scegliessi una sola cosa per la quale puoi essere grato e riconoscente. So che ti faccio incazzare.
Ma vedi, l’unica persona che ha il potere di riaccendere il fuoco che ti serve per affrontare tutte le sfide che hai davanti a te, sei tu.
E molto probabilmente in questo percorso tu non sei solo/a.
Hai dei professionisti che lavorano al tuo fianco, hai dei compagni di squadra che ti sostengono, hai i tuoi avversari che ti aspettano in campo, hai la famiglia che non sa bene come fare per dimostrarti che c’è sempre, anche quando non stai brillando. Hai persone che non senti da anni e che sarebbero felicissime di sapere che hai pensato a loro per una telefonata. Per ridere di una cosa successa quando eravate bambine. Hai un sogno. Lo puoi immaginare la persona che sarai diventata dopo aver superato questo infortunio. Quanto più forte di ora ti sentirai. Quante nuove cose avrai imparato da poter mettere in campo, ma soprattutto nella tua vita di domani.
Perché io?
La mia prospettiva nasce dall’incontro di esperienze diverse.
Sono stata atleta e ho giocato a pallavolo per molti anni.
Sono giornalista, telecronista e conduttrice, ho lavorato nella comunicazione sportiva, anche in contesti internazionali. Ho raccontato lo sport, intervistato atleti, lavorato a bordo campo e oggi continuo a farlo in televisione, negli eventi e con la voce.
Parallelamente ho sviluppato una formazione nel coaching, nella respirazione, nello yoga e nella consapevolezza.
Questi mondi, per me, non sono separati.
Quando lavoro con un atleta, non parto da una teoria astratta sulla performance.
Parto dalla conoscenza di quel mondo.
Conosco il linguaggio dello sport, la pressione del risultato e anche quella sensazione per cui, a volte, sembra che tutto debba essere misurato in funzione di ciò che si riesce a fare.
Ed è proprio per questo che mi accende davvero dal profondo ciò che succede alla persona che esiste dentro l’atleta.